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Monica Maggioni, Giornalista

I chiostri. L’immagine è nettissima e si materializza ogni volta che penso all’Università Cattolica. Pochi passi nella penombra dell’ingresso, da largo Gemelli e poi la luce dei chiostri, la pietra delle balaustre, il sole in mezzo, e tutti noi quasi a migrare lì intorno.

Di passaggio, correndo verso la lezione; a piccoli gruppi, in attesa, a confrontarci sulle domande prima degli esami; seduti per ore, con i libri, la schiena appoggiata alle colonne, a studiare nel primo sole di primavera.

Per me, che da bimba frequentavo Sant’Ambrogio, dove mio zio don Cesare viveva e celebrava nella Basilica, la pietra della Cattolica, la sua struttura cosi solida e quello sciamare di ragazzi come in un labirinto, era rimasto il sogno non detto.

Certo, per noi un’università privata era una scelta complessa, avrebbe richiesto ai miei genitori ulteriori sacrifici. Ma era proprio quel genere di sacrificio che per loro aveva senso: “Vai nel luogo dove credi che potrai studiare meglio e mettere a frutto questi anni. Solo lo studio ti permetterà di avere gli strumenti per costruirti il tuo percorso”. L’eco delle parole di don Milani era tutto lì, nel dire dei miei genitori, nel loro sacrificio quotidiano fatto senza esitazione, perché io potessi arrivare a mondi, pensieri e visioni che loro avevano solo potuto intuire.

E io scelsi. La Cattolica, la francesistica, le letterature. Di fatto, mi rendo conto che scelsi prima di tutto quello che consideravo un approccio “serio” alle cose. Che riconosco ancora oggi. Scelsi un legame che non si è più allentato. E che si rinnova anche oggi, ogni volta che per sedermi dall’altra parte della cattedra, continuo ad attraversare i chiostri confondendomi nello sciame vociante che ridà vita a quelle pietre.

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