Università Cattolica del Sacro Cuore

È lunedì mattina. La lezione è appena finita e Cristina Chirichella è puntuale all’appuntamento. L’aria fredda inizia a pungere, ma la cerniera della sua giacca sportiva rimane aperta. Troviamo un angolo nel secondo chiostro dell'Università Cattolica. Cristina appoggia lo zaino con i libri ai piedi di una colonna. Il trucco non riesce a nasconderle le occhiaie. La sera prima, la capitana dell’Agil Volley Novara e della Nazionale femminile di pallavolo ha vinto lo scontro al vertice, nella classifica della Serie A1. Il suo club è al comando. Poche ore dopo, Cristina è regolarmente a lezione, nella sede di via Buonarroti. Studia Scienze motorie e dello sport, al secondo anno. Il Percorso di Dual Career per studenti-atleti di alto livello la sostiene attraverso il servizio di tutoraggio dedicato, ma da solo non basterebbe. 

 

L'importanza della Dual Career


“Lo studio è una scelta che parte dall’individuo, per costruirsi il proprio futuro - dice -. A me piace quello che sto studiando. Il Percorso di Dual Career è un progetto davvero molto interessante, essere seguiti da un tutor è importantissimo perché ci aiuta a vivere l'Università in modo sereno e più tranquillo. Lo sport aiuta a crescere, ti fa conoscere delle difficoltà maggiori. Ma qualunque atleta venga messo di fronte alla scelta tra sport e studio, sceglierà sempre il primo. Per questo, un programma che aiuta a conciliare sport e studio è fantastico”.

 

"Per fortuna non l'ho ascoltato..."


Cristina ha iniziato a giocare a pallavolo a 12 anni, abbastanza tardi. “All’inizio era solo un gioco, per divertirsi e passare del tempo con le mie compagne di scuola. Non è stato amore a prima vista: ho fatto nuoto, danza, karate, salto in alto. Poi mi sono innamorata della pallavolo, perché intravedevo i primi risultati. Il mio professore di educazione fisica voleva che io facessi basket. Per fortuna non l’ho ascoltato…”. Così, inizia a giocare a Napoli, nella squadra del suo quartiere.

 

Il momento più difficile

 

A 14 anni si trasferisce a Roma, e vive uno dei momenti più difficili della sua vita: “All’inizio è stato complicato allontanarsi dai miei genitori e da mio fratello, con il quale ho un legame fortissimo. Anche se non ci vediamo spesso e non ci sentiamo tutti i giorni, è una parte di me, so che c’è quando ho bisogno. Lui è il cervello, fa l’architetto in Olanda. Io sono l’atleta, eppure ho sentito il bisogno di frequentare l’Università. Da piccola, lo studio non è stato uno degli elementi più importanti della mia vita. Ma l’era della pallavolo finirà, e io devo costruire una strada per il futuro”.

 

"Perché lo studio mi ha aiutato ai Mondiali"


L’impegno extrasportivo diventa dunque un ulteriore stimolo, e i libri per gli esami fungono da calmante. Quasi un paradosso. “Ai Mondiali lo studio mi ha aiutato a distrarmi dallo stress e dalla tensione. C’è anche una buona dose di scaramanzia, ovviamente. Perché quando vedi che funziona, ripeti la buona pratica”. Le difficoltà, in effetti, sono state ben altre. Se il trasferimento da Napoli a Roma le ha insegnato un nuovo approccio alla pallavolo in senso agonistico, non più ludico, la lontananza dai genitori l'ha fatta crescere.

 

"Io non so come si sta in panchina"

 

Ma è stato il Club Italia a formarla tecnicamente e caratterialmente: “A Marco Mencarelli, l’allenatore che mi ha selezionato, devo tantissimo. Mi ha insegnato il rispetto dei compagni, mi ha fatto capire come si sta al mondo. Da lì sono passata in altre due squadre prima di approdare a Novara. Il primo anno non dovevo giocare, ma mi hanno scaraventato in campo. Io non so come si sta in panchina”. È successo così anche a Novara, “un club ambizioso, che vuole vincere e cerca di aiutare le sue atlete a 360 gradi. Per questo sono sei anni che sono lì e sto bene, è una seconda casa”.

 

Verso le Olimpiadi di Tokio 2020


E poi, c’è la Nazionale e i Giochi olimpici di Tokio 2020 alle porte: “È un bel periodo, abbiamo avuto visibilità e notorietà grazie all’argento ai Mondiali e al bronzo agli Europei. Siamo una squadra giovane, possiamo puntare molto in alto. Il tempo c’è. Credo che abbiano scelto me come capitano per il carisma e la capacità di tenere unita la squadra, dentro e fuori dal campo. Anche per questo, il soprannome Principessa non mi piace, non mi ci sento proprio. Preferisco combattere”.


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