Università Cattolica del Sacro Cuore

di Francesco Berlucchi

«Vorrei che l’Italia assomigliasse a questa Nazionale, con senso di coesione e responsabilità». Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ha accolto così al Quirinale le azzurre della pallavolo. Vice campionesse del mondo, nel mondiale appena concluso in Giappone. Ma forse, molto di più. «Vi ringrazio per l'esempio che offrite - ha continuato Mattarella -, avete conseguito un traguardo che è anche più importante del colore della medaglia che si vince: avete conquistato tanti concittadini. Non è solo questione di orgoglio, avete sospinto molti giovani a impegnarsi nello sport, a praticarlo, li avete spinti con il vostro esempio ad impegnarsi e lo vedremo nei prossimi anni».

Il valore di un mondiale pazzesco 

In prima fila, il capitano della Nazionale non si perde una parola del Presidente Mattarella. Cristina Chirichella sembra assorbirle con lo sguardo, quelle parole. Farle sue. A 24 anni, il centrale delle azzurre e dell’Agil Volley Novara fa trasparire una maturità che va ben oltre la sua giovane età. «Quella d’argento è la medaglia che fa più male - ci racconta con il sorriso -, o almeno è stato così al momento della premiazione. Poi ci siamo rese conto di quante persone hanno seguito le nostre partite. Solo quando siamo tornate in Italia abbiamo capito quanta gente ha vissuto il nostro mondiale. Questo ci ha permesso di apprezzare molto di più il secondo posto».

Come tenere incollati alla tv 8 milioni di telespettatori

Durante la finale contro la Serbia, si sono sintonizzati su Rai 2 oltre 6 milioni 300 mila telespettatori, con uno share medio del 36,1 % ed un picco di quasi 8 milioni di telespettatori con uno share del 43,1% nella parte finale del match. «Il mondiale è stato un’esperienza fantastica, unica. Nessuno pensava che potessimo andare così avanti. Tutti avevamo un sogno, ma era circoscritto tra di noi, cioè tra lo staff e le giocatrici. C’è stato un grandissimo lavoro di squadra. Sono state partite al cardiopalma, giocate punto per punto. Ogni palla poteva cambiare il risultato. Abbiamo avuto tanto sangue freddo contro la Cina. Poi contro la Serbia sono state brave loro, anche se ci sono stati i momenti in cui pensavamo di averla in pugno, la partita. La differenza l’ha fatta quella palla in più che le serbe sono riuscite a mettere a terra, sono state più ciniche e noi più distratte. Ma la certezza è che ci abbiamo messo l’anima».

Dalla danza classica alla pallavolo 

Chiederle quale fosse quella palla maledetta, non serve. Anche perchè Cristina non risponde. La vera curiosità è capire cosa le è passato per la mente mentre ha schiantato a terra la palla del 12 a 13, nel quinto set. Proprio lei, quando tutto era ancora possibile«Quando sei in pieno agonismo, il punto lo guardi e non lo guardi. L’unica cosa a cui pensi davvero, è fare quel punto. In qualsiasi modo. E vuoi mettere le tue compagne in condizione di giocare il meglio possibile, sempre. È un insegnamento che una pallavolista impara presto. Io ho iniziato tardi a giocare a pallavolo, da bambina volevo fare la ballerina. Ho fatto danza classica, ma ero troppo alta. Così ho iniziato a giocare a volley. All’inizio era solo un passatempo. Sono sempre stata la più piccola in squadra. Giocavo semplicemente per divertirmi, per fare sport. Poi, grazie ai miei allenatori ho capito che poteva essere qualcosa di più».

I punti di riferimenti della Principessa

La certezza che non poteva rimanere solo un hobby, matura grazie al Club Italia, la società di proprietà della Federazione italiana pallavolo che ha l’obiettivo di formare giovani atlete italiane provenienti dai vivai delle varie squadre. «Sono stata lì tre anni, mi hanno formato tecnicamente ed è grazie ad allenatori come Marco Mencarelli se oggi sono diventata la giocatrice che avete visto ai mondiali». Un altro grazie va a suo fratello Gaetano. «Abbiamo iniziato a giocare insieme, poi lui ha smesso. Lui è il cervello, io la sportiva. Nel tatuaggio sul mio braccio destro ci sono le nostre iniziali: di fianco alla G c’è un’ancora, perché lui è un punto di riferimento per me. Accanto alla mia C, ci sono degli uccelli a simboleggiare la libertà. E le due lettere sono racchiuse nel simbolo dell’infinito».

Giuseppe e Sonia, i genitori di Cristina, i mondiali li hanno guardati da casa. Alla tv. «Mamma e papà sono sempre presenti. Non per forza alla partita, quello non conta. Quando possono, guardano la partita in tv, ma non sempre la trasmettono. Altre volte mi osservano dalle tribune, anche se mia mamma non prende l’aereo, ha paura. Ma so che loro ci sono, ed è questo che conta». A dispetto del sorriso da ragazza, Chirichella parla da vero capitano. La Principessa ci credeva fin dall’inizio in questa squadra. «Non mi ci ritrovo in quel soprannome. Me l’hanno dato nel 2014, in Nazionale, un po’ per i miei modi e un po’ per come sto in campo. Però è anche il modo in cui mi ha sempre chiamato mio papà, non so come abbiano fatto a scoprirlo..».

I capelli azzurri e il libro di Scienze motorie

Nella finale, Cristina è scesa in campo con i capelli azzurri. «La bomboletta l’ho comprata prima di partire per il Giappone. Era una scommessa tra me e me: l’avrei usata solo se fossimo arrivate in finale». L’atto conclusivo di un mondiale da capitano, molto diverso dall’altro, nel 2014, quando Chirichella era tra le più giovani della squadra. Non cambiano, invece, i riti. Quelle piccole scaramanzie che accompagnano la vita di ogni sportivo. «Se ti dovessi dire l’elenco completo, finiremmo domani mattina. È​ semplicemente un modo per essere più sereni e stare tranquilli. Ogni minimo particolare ha un peso: l’elastico per i capelli, l’orario della sveglia, anche studiare prima della partita».

Ebbene sì, anche studiare. Sembra incredibile, ma il capitano della Nazionale prima di ogni partita studiava. Non nel senso che osservasse con cura la tattica e la tecnica delle avversarie. Al mattino, Cristina apriva il libro di Lineamenti di teoria e metodologia del movimento umano e studiava. «Quando abbiamo iniziato a vincere, è diventato un rito. Le mie compagne di squadra mi obbligavano a studiare prima della partita. In camera ci pensava la mia compagna di stanza, Miriam Sylla. Studiavo nella hall, nella sala della fisioterapia.. ovunque ci fosse spazio. Anche solo tre pagine al giorno. Fare l’Università non è un peso, perché imparo cose che completano il mio lavoro. Studiare mi completa».

Per continuare a sognare

Chirichella è iscritta a Scienze motorie e dello sport, in Università Cattolica. La laurea è una vera sfida, soprattutto per un’atleta nel pieno della propria carriera (scopri di più sulla Dual career degli atleti). Un’altra partita da vincere punto per punto, esame per esame. «Già dopo aver finito il liceo, volevo fare l’Università ma cambiando spesso città era quasi impossibile. Però non ho chiuso del tutto questa porta. Se ho deciso finalmente di iscrivermi all’Università, è soprattutto merito del mio ragazzo. Spero di avere a disposizione altri dieci anni di carriera. Poi vorrei avere una famiglia. Una come la mia, quella in cui sono cresciuta. È importante crearsi un futuro, l’Università mi aiuterà a farlo. Non so se sarà facile o meno, ma io ce la metterò tutta».

IL VIDEO 

Photo credits: Instagram.


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